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LAST DAY OF JUNE

Last day of June

Protagonista di oggi, un gioco “Last day of June”, un’avventura grafica che però ha la particolarità di essere concepita come un racconto e per questo ho deciso di parlarne qui.

L’articolo si divide in due parti, una spoiler free e l’altra spoiler, invitando a leggere la seconda una volta completato il gioco( non richiede tra l’altro molto tempo).

PRIMA PARTE: SPOILER FREE

Particolarità che emerge sin dall’inizio(e che non costituisce uno spoiler) è la totale assenza di dialoghi, un elemento molto straniante dal momento che si colloca come un’avventura grafica, genere che prevede un ingente mole di essi, per portare alla risoluzione di enigmi e avvincere il giocatore fino a portarlo alla conclusione.

In “Last day of June” (gioco indipendente italiano) non troviamo alcuna voce narrante, lettera, o altro elemento che riconduca al dialogo, essendo ogni elemento narrativo affidato al linguaggio del corpo dei personaggi(che comunicano tra di loro tramite versi, o quello che nel gergo teatrale è noto come grammelot).

Questo porta pertanto il giocatore ad intuire mano a mano che procede nella vicenda il loro carattere oltre che vivere l’intera esperienza in modo più attivo, con più immaginazione, di quanto ne richieda il genere avventura grafica nelle varianti più standard.

L’assenza di dialoghi però non è l’unico elemento particolare, a distinguersi uno stile grafico che richiama molto la claymation, con influenze di Tim Burton per quanto riguarda gli occhi(in realtà semplici buchi, privi di pupille, detto così suggerisce derive horror, ma nella pratica è molto meno spaventoso ed anzi, più efficace al lato emotivo) e l’assenza di bocca che per quanto efficace sia la gestualità e il comparto sonoro non si percepisce tale mancanza, o quanto meno risulta un legame maggiore di quanto si sarebbe sviluppato con dei volti standard.

Il tutto immerso in un’atmosfera autunnale che passa dall’allegra al melanconica e al tragico, tramite un’ottimo gioco di luci.

A rendere l’esperienza ancora più profonda il notevole accompagnamento musicale che riesce a rendere ancora più profondo quanto si veda sullo schermo, senza alcuna informazione testuale o dialogo.

Tutto questo se unito al fruire del prodotto in uno stato di “velo d’ignoranza” rende l’esperienza veramente profonda e particolare, per questo il mio consiglio è quello di godere quanto offerto, senza la visione di trailer o altro che possa togliere quell’elemento sorpresa che tale gioco ha da offrire.

In ultimo la durata, il tutto se giocato non al 100% si conclude nel giro di poche ore, essendo anche la difficoltà non troppo alta, elemento questo che rappresenta sia un contro che un pro.

Contro se quello che si cerca un avventura grafica che sappia tenervi compagnia per diversi giorni e capace di farvi spremere le meningi, pro se invece cercate semplicemente una storia raccontata con intelligenza e capace di rimanere nei vostri ricordi(tra l’altro questo uno dei temi dell’intero gioco).

Finisce qui, la parte spoiler free.

 

 

 

 

 

 

 

PARTE SECONDA: SPOILER

Qui in dettaglio la trama e il modo in cui leggere l’avventura grafica “Last day of June”.

Di certo la trama che vede il personaggio protagonista Carl, tramite viaggi nel tempo, salvare dall’incidente la moglie June(nome che facilmente una volta arrivati al momento dell’incidente, ricondurrete al personaggio, in quanto l’ambientazione è dichiaratamente autunnale e quindi fuori contesto dal mese di Giugno) non è una novità.

Basti pensare che sia nel panorama delle animazioni che nei videogiochi, il viaggio nel tempo per salvare un personaggio che sta particolarmente a cuore al protagonista, è consolidato, esempio lampante “Steins Gate” che vede al centro di tutta la vicenda il protagonista compiere tutta una serie di azioni per impedire un omicidio.

L’originalità è però nel modo in cui il viaggio nel tempo è utilizzato: come una metafora per arrivare ad accettare l’inevitabile e affrontare il dolore insito dopo la tragica circostanza.

Altro aspetto che in genere non trova molto spazio nei videogiochi, la sintesi.

Non trova spazio, perché si cerca in genere di strutturare il tutto tramite una narrazione molto complessa che si prenda un comparto di ore non indifferente.

Invece “Last day of June” propone una storia in cui ogni cosa è sintetizzata con estrema accortezza, lo stesso passato dei personaggi è illustrato da semplici foto che esprimono con sole immagini quanto si sarebbe affidato ad una mole corposa di testo.

Sintesi che si sposa anche con la durata “misera” del gioco, che personalmente non mi sento di rifiutare perché per quanto paradossale sembri, una durata maggiore avrebbe svilito l’esperienza di gioco, che richiede una narrazione piuttosto rapida che la solita lenta della stragrande maggioranza dei titoli di avventura grafica.

Altro elemento da non sottovalutare le innumerevoli chiavi o livelli di lettura, che qui si offriranno. Livelli che possono o meno intrecciarsi tra di loro o semplicemente rimanere indipendenti, ad ognuno il suo giudizio.

1)Livello di lettura letterale o oggettivo

Il primo non può che essere quello di accettare tutte le derive fantastiche e soprannaturali che ci vengono messe sotto gli occhi, quindi rimanere ancorati alla lettera di ogni vicenda che si sussegue, vedendo il tutto come un duro viaggio nel tempo, fino ad arrivare all’accettazione che per spezzare il loop temporale c’è bisogno del sacrificio dello stesso protagonista Carl.

Un livello di lettura che per quanto renda banale l’intera storia, non intacca il lato emotivo che comunque avviene nell’avvicinarsi alla conclusione.

2)Livello di lettura psicologico

Molto più incisivo questo secondo punto di vista, in cui ogni evento e struttura dell’intera avventura grafica sia una rappresentazione della psiche di Carl e di June.

I quadri con i quali Carl viaggia nei suoi ricordi e allo stesso frangente “nel tempo” non rappresentano altro che una protezione del suo subconscio nel ricostruire le reali motivazioni dell’incidente, attribuendolo ad errore umano per avere quella possibilità di immaginare un futuro più roseo.

Da questo punto di vista, il giocatore non opera una modifica reale nel tempo, bensì una ricostruzione meno corrotta dei ricordi di Carl, fino ad arrivare dopo il terzo “incidente” ad opera del cacciatore, la visione realistica di quello che ha causato la perdita di June, ovvero una circostanza naturale, una forte tempesta ed un fulmine che ha causato scarsa visibilità e conseguente sbandata.

Ad avvalorare questa lettura, l’impossibilità di “agire nel tempo” quando si impersona il nonno(la figura che consegna il pacco regalo, macguffin del gioco, che porta Carl e June al lago, centro degli eventi negativi).

Certo prima della tragica fine, si interviene sui quattro personaggi dell’intero gioco, bambino, donna amica della moglie, cacciatore ed il nonno(in realtà quest’ultimo come semplice motore dei “cambiamenti”).

Ma adottando la prospettiva psicologica è molto probabile che siano cambiamenti non nel tempo, ma nella percezione psichica dei fatti, fino a farlo ad arrivare al finale che è possibile interpretare come Carl che accetta che in una possibile realtà parallela, lui muoia e viva June con il figlio che nella realtà del gioco è morto.

3)Livello di lettura soprannaturale

Più cupo questo terzo livello, in cui è possibile che nè Carl nè June siano sopravvisuti all’incidente e che il Carl guidato dal giocatore non sarebbe altro che una sua proiezione incorporea rinchiuso in un mondo che testa la sua devozione verso June. Quest’ultima complice della corruzione dei ricordi, al tentativo di salvaguardare Carl, dalla scoperta della causa reale.

Il finale del gioco potrebbe poi essere interpretato come l’unica vera modifica temporale che l’anima di Carl, accettato l’inevitabile compie.

4) Livello di lettura verosimile o del coma

Un’altra interpretazione potrebbe essere che Carl sia finito in coma, questo riconduce molto ad interpretare molti dei fatti alla luce del terzo punto ma secondo un’ottica psicologica come il primo punto.

Ad avvalorare l’ipotesi del coma, i gemiti di June che più e più volte si avvertono durante l’intero gioco e in maniera evidente durante la fase del nonno.

Altra prova a favore, la crepa nel cielo che il gioco mette in evidenza prima di recuperare l’elemento che risveglia i ricordi relativi al nonno.

Secondo l’interpretazione del coma, il finale si può leggere come prospettiva del tutto fittizia, di lui che si pone come eroe, ultima prospettiva prima della morte.

5)Livello di lettura metafisico

Altro punto di vista sarebbe quello di inquadrare gli eventi susseguenti i tre incidenti, dal punto di vista metavideoludico, i personaggi(Carl e June) in qualche modo, diventano “coscienti” di essere in un gioco e dirigono le loro azioni contro il giocatore stesso, emblematico in quest’ottica i tentativi di ostacolare lo stesso giocatore nel consegnare il pacco regalo, quando è nei panni del nonno.

Il finale altro non è che il sovvertire l’intero inizio da parte di Carl compiendo un’azione che rovescia del tutto la premessa iniziale.

Quindi tutto il percorso “temporale” e la visione dei vari ricordi, non potrebbe che essere una rappresentazione della progressiva coscienza di essere un personaggio di un gioco e usare questo a suo vantaggio per risolvere i drammatici fatti che costituiscono il cuore del gioco.

 

Queste alcune delle teorie che si possono formulare, essendo di sicuro “Last day of June” costruito in maniera allegorica, come la trama, anche gli stessi personaggi, le stesse azioni che si compiono per andare avanti possono dar vita a differenti letture, dimostrando una profondità enorme in un lasso di tempo di circa due-tre ore.

 

Il consiglio è quello di provarlo anche perché fino al 4 luglio è disponibile gratuitamente sul sito Epic Games.

 

VOTO

4/5

RICCARDO GABRIELE

 

 

 

 

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GOT, GAME OF THRONES

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PERICOLO SPOILER, DA LEGGERE DOPO LA VISIONE DELLA STAGIONE IN QUESTIONE.

 

C’era una volta il trono di spade, una serie che colpiva oltre che per la tecnica per la capacità della sceneggiatura di delineare ottime caratterizzazioni dei personaggi e intrighi politici.

Una volta; perché mano a mano che le stagioni passavano, più questa capacità veniva meno, fino ad arrivare ad una settima, in cui la sceneggiatura non riusciva più a mantenere salda l’attenzione dello spettatore.

Si era optato pertanto sullo stupire con la tecnica affidata a effetti speciali, montaggio, inquadrature, fotografia, peccato che lo spettatore abituale del Trono di Spade, non è lo spettatore degli Avengers, dei cinecomics, in cui basta un’ottima resa scenica e si è contenti, perché sin dal principio si sa bene che la trama non sarà mai il fulcro di un genere simile.

Terminata la settima, rimaneva la vaga curiosità di sapere come i creatori D &D avrebbero concluso lo show, hype che non poteva che crescere, quando erano state rivelate le durate degli episodi, di gran lunga più lunghe delle passate stagioni.

Hype che viene a decrescere con la partenza del primo episodio dell’ottava, certo si assiste alla rimpatriata di vari personaggi, ma il fulcro della serie non è il mero ricontrarsi dei personaggi quanto la politica e la psicologia dei vari protagonisti in gioco, elementi che continuano ad essere ignorati.

Infatti col passare degli episodi, nessun personaggio sembra subire delle mutazioni, nessun evento sembra scalfirli in modo drastico, avendo l’impressione che subiscano lo svolgersi dei fatti in maniera assolutamente passiva, una scelta non proprio vincente.

A peggiorare ulteriormente le cose, il rendersi conto che la durata maggiore di ciascun episodio più che essere necessario per giocare bene le carte in tavola, serva unicamente a rimandare il più possibile il finale lasciato ad un sesto episodio, non molto riuscito.

Pertanto si assiste ad un dilatarsi di scene non molto utili che comportano il perdere di vista quella capacità di delineare i giusti passaggi da una situazione ad un’altra.

La stessa fine degli Estranei, concetto che costituiva il leitmotiv (insieme ovviamente al trono di spade, titolo della serie) dello show è sintomatica di una gestione diversa rispetto a quanto preparato nel corso delle stagioni precedenti.

Come si può risolvere una battaglia che si è aspettato otto stagioni per vederla messa in scena, con un deus ex machina?

Deus ex machina che peraltro è riservato per salvare uno dei personaggi che per tutto lo show, si è rivelato decisamente inutile (certo uccide Daenerys al sesto episodio, un gesto che del resto è innaturale dopo il lungo dialogo con Tyrion in cui Snow difende a spada tratta la sua regina, anche dopo l’evidente strage di innocenti) come del resto un fuoco di paglia, la sua appartenenza alla stirpe dei Targaryen. A che pro inserirlo nella casata della Madre dei Draghi se per tutto lo show, non rivendica mai il trono ed è destinato a tornare nella Barriera ad essere quello che è sempre stato?

Domanda lecita perché il corso degli episodi dimostra l’inutilità della trama di John Snow, forse utile per la morte di Varys, ma a questo punto ci si può chiedere era davvero necessaria la morte di quest’ultimo, da inscenare tutto quell’intrigo di John Snow? Ai posteri l’ardua sentenza.

Personaggio che poteva essere gestito meglio anche Arya, che in questa stagione dopo aver ucciso il Re della Notte, perde del tutto utilità, oltre ad essere per qualche strano evento che allo spettatore non è dato sapere, divenuta immortale, nulla può farle essere calpestate, nulla può farle la caduta di svariate rocce e nulla nemmeno il fuoco dei draghi che invece uccidono facilmente soldati, donne e bambini, lei è immortale, che poi era davvero necessario portarla all’ultimo episodio, dal momento che incide davvero poco sul corso degli eventi? La risposta potrebbe essere lievemente affermativa se mai dovesse vedere la luce uno spin-off sulle terre ad Ovest di Westeross ma è davvero improbabile che venga realizzato, anche perché gran parte degli interpreti è ingaggiato in produzioni hollywoodiane e con ogni probabilità intenzionati a non essere più identificati con i personaggi di GOT.

Procedendo con i personaggi inutili, Sansa è al secondo posto, perché tranne che spifferare il segreto di John Snow a Tyrion, dopo nemmeno molto tempo che le è stato affidato su una fiducia(estremamente ingenua verrebbe da aggiungere), non si capisce perché dovrebbe interessare, non riuscendo a tessere il minimo intrigo che potrebbe riportare ai fasti originari della show.

Ma oltre gli evidenti buchi, la colpa della sceneggiatura è quella di essere decisamente piatta, prevedibile, tanto che arrivi alla conclusione di ogni episodio con l’amaro in bocca.

Un appunto è doveroso fare sulla tanto criticata fotografia del terzo episodio, che la battaglia contro gli Estranei avvenisse di notte, non poteva essere un mistero. Chiunque che abbia visto un film sul risveglio dei morti viventi, sa che in genere creature di tal genere non attaccano mai in momenti diurni e per tanto era ovvio che una simile battaglia non sarebbe mai stata chiara come una guerra tra umani, per cui che si sia visto il tutto in maniera confusa era niente di meno che il succo di una battaglia simile.

Il negativo però risiede nella sceneggiatura che ad esempio porta a dimenticarsi dell’attacamento che Danerys ha nei confronti dei suoi draghi e che non spiega come riesca a combattere tanto facilmente con il Re della Notte che monta il suo proprio drago, o la profezia di Melissandre ad Arya che rimane incompleta perché avrebbe dovuto uccidere un terzo che mai sarà svelato, indice forse di sceneggiature che non tengono conto degli episodi precedenti.

Sceneggiature che cambiano il corso degli eventi in maniera del tutto arbitraria, un esempio lampante la distruzione da parte della Madre dei Draghi degli scorpioni e delle navi di Euron Greyjoy con una straordinaria facilità, quando nel corso del quarto va incontro alla disfatta e nel quinto non riceve mai alcun consiglio che giustifichi come sia divenuta impotente di fronte ad armi che mai hanno sbagliato bersaglio e che invece, magia non arrivano a segno, nessuna di tutti gli arpioni schierati a Drogon.

Di fronte a tutto questo, una serie che aveva abituato a colpi di scena credibili e non creati ad hoc, da deus ex machina e sceneggiature fallaci, lo spettatore non può che rimanere deluso, non di un finale pessimo, ma più che altro per dover assistere ad uno show che procede per suo conto senza alcuna coerenza che possa far sì che si emozioni.

La stessa strage del quinto è sì palpabile a livello di tecnica e crudezza con cui è realizzata, ma perlomeno dopo otto stagioni, sarebbe stato bello assistere ad una vera e propria guerra finale e non solo ad una facile strage, di cui nessuno dei soldati dei Lannister e degli alleati della Madre dei Draghi si affrontino con vero coraggio, anzi si ha tutta l’impressione di una battaglia passiva, che nessuno ha intenzione di fare e questo non avvince per nulla lo spettatore.

La stessa fine di Cersei, del tutto casuale, non può che rasentare l’incompetenza nel finire una stagione che era evidente avesse bisogno forse di una nona, che se realizzata poteva permettere conclusioni più credibili.

In sintesi ci troviamo di fronte ad un prodotto televisivo, cinematografico per quanto riguarda la resa tecnica e le interpretazioni ma povero per quanto riguarda lo script, in poche parole un colossal dal lato tecnico e un’”Occhi del cuore” per la sceneggiatura, peccato, anche se del resto che cadesse in un profondo dirupo era segnato dal momento in cui si è deciso di procedere senza l’apporto dei testi di George R. R. Martin: scelta di marketing per permettere a quest’ultimo nel caso dovesse pubblicare gli ultimi due libri, di venderne di più, in vista di un finale migliore?

RICCARDO GABRIELE

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STANLIO & OLLIO

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Tra i film biografici più ambiziosi non poteva che esserci questo, sulla coppia di comici più famosa, almeno per chi è vissuto negli anni precedenti al 2000.

Difficoltà non solo nel rendere avvincente un film su personaggi legati ad una forma di cinema che oramai pare desueta(essendo legato il comico non più sul linguaggio corporeo ma alle sole battute) ma anche riuscire a trovare degli attori che sapessero trasmettere il giusto carisma.

Da un lato la coppia John C. Really e Steve Coogan rispettivamente Oliver Hardy(Ollio) e Stanley Laurel(Stanlio) riesce perfettamente nel compito riuscendo a replicare perfettamente ogni singola movenza dei comici in questione, dall’altro lato della medaglia però pende il non riuscire a trasmettere quel legame che univa Hardy e Laurel, un elemento che più avanti si capirà perché particolarmente nocivo al film.

A essere descritta non la vita degli esordi dei due comici, quanto gli ultimi periodi della loro vita, iniziando dal lungometraggio “I fanciulli del West”(che qui in Italia, era ridivenuto noto perché soggetto alla pubblicità della Tim), precisamente la celebre scena del balletto, arrivando sedici anni dopo, al tour dei teatri al fine di promuovere una loro versione di “Robin Hood”.

Tutto questo raccontato con una regia che mette in evidenza la bravura dei due interpreti, in particolare nel finale in cui ha un grande rilievo l’uso dei primi piani.

Purtroppo giunti alla fine, l’impressione è che si sia usato la storia dei due comici, per trarne un semplice Buddy film, una storia di amicizia delle più classiche, quando indubbiamente ci poteva essere materiale a sufficienza per qualcosa di più originale.

Inoltre tornando all’inizio, proprio il fatto che i due interpreti bravissimi nelle movenze non lo sono altrettanto nel rendere il sentimento amichevole, in quanto la loro perfomance risulti da quel punto di vista piuttosto fredda,  è un vero peccato, perché scegliendo di girare l’intera pellicola su tale aspetto, il pubblico non può che rimanere deluso.

Al di là di questo fattore, rimane un film che indubbiamente merita di essere visto per due motivi:

1)tecnicamente perfetto(costumi, trucco, recitazione e da un certo punto di vista anche la sceneggiatura, perché specie nell’incipit riesce a ritrarre la diversità dei due affidandosi ad una manciata di battute)

2) può portare ad incuriosirsi su chi siano i due comici magistralmente interpretati da Steve Coogan e John C. Really, il che non può che essere un aspetto positivo

RICCARDO GABRIELE

La scena dell’incipit che da sola vale il prezzo del biglietto:

 

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MADE IN ABYSS

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Avendo esordito con la stupenda serie d’animazione “Over the Garden Wall” non posso esimermi dal parlare della serie d’animazione “Made in Abyss” che per un certo verso si muove in una direzione,molto tra virgolette, simile alla serie americana.

Tema centrale sia di “Over the Garden Wall” che di “Made in Abyss” è l’ignoto, che nella prima acquista valenza di un vero e proprio nome “Ignoto”, mentre nella seconda, come da traduzione letterale “Fatto nell’Abisso” è proprio l’Abisso.

Altro elemento comune, la foresta e il mettere al centro di tematiche molto mature due bambini, che nella serie d’animazione statunitense sono Greg e Wirt, mentre nella serie qui in esame, sono Reg(un robot ma dai comportamenti molto umani) e Riko(un’orfana con il sogno di poter esplorare l’abisso).

Tuttavia l’enorme distanza da “Over the Garden Wall” è proprio il come affronta la tematica dell’ignoto, dell’abisso: su un piano molto più fisico che psicologico(carta giocata dalla serie americana).

Ulteriore distanza anche l’approccio narrativo che se in “Over the Garden Wall” procede per molti episodi in chiave umoristica- grottesca, in “Made in Abyss” assume toni seri, raramente assisteremo a momenti più solari, essendo quasi del tutto privilegiato l’aspetto drammatico.

Parlando del character design, mentre in quello americano abbiamo una messa in scena di personaggi ripresi direttamente da un libro di fiabe, in “Made in Abyss” a contrasto con i vari momenti cupi, troviamo delineati personaggi dai tratti decisamente morbidi, che esprimono una vitalità che pare fuori luogo per una storia che verte su tematiche molto meno vitali.

Elemento che a mio parere, si rivela una scelta azzeccata, dal momento che tale dislivello grafico e narrativo riesce a indurre lo spettatore a continuare a vedere i vari episodi, proprio perché spiazzato dalla dolcezza che comunicano i personaggi e dalla cupezza che invece via via si andrà delineando dal punto di vista narrativo.

 

Arrivando alla trama, molto in sintesi, protagonista Riko un’orfana che vive nell’immaginaria città di Orth che si affaccia su una profonda voragine,l’Abisso(luogo centrale di tutto l’anime) che sogna per l’appunto di divenire una grande esploratrice di esso.

La difficoltà di portare a compimento l’esplorazione di tale voragine è rappresentata dalla maledizione legata all’Abisso, quanto più un essere umano si spinge nelle profondità di esso, tanto più i sintomi di una sua risalita aumentano, portando sino alla morte.

Tuttavia questa difficoltà sembra trovare argine quando Riko incontrerà un’automa dotato di coscienza umana, cui presto la prima affibbierà il nome Reg(essendo quest’ultimo dimentico del suo passato).

L’incombenza di esplorare l’Abisso, si farà maggiore una volta che Riko scopre che sua madre era la più grande esploratrice, rimasta bloccata dopo essersi spinto sino al sesto strato.

La voglia di incontrala la spingerà ad avventurarsi nell’Abisso insieme a Reg.

Dal punto di vista grafico e degli ambienti è estremamente accurato, riuscendo a delineare una foresta allo stesso tempo fiabesca e orripilante al medesimo tempo, da annoverare come direttore artistico della serie Osamu Masuyama, animatore di film quali “La ragazza che saltava nel tempo” “Your Name” e i due maggiori film dello studio Ghibli “La città incantata” e “Il castello errante di Howl”.

Una presenza che di certo spiega perché in molti frangenti si possa avvertire un richiamo allo studio Ghibli.

A rendere perfette tutte le sequenze la colonna sonora, unico elemento non giapponese essendo il compositore Kevin Penkin, australiano, che rendono appieno l’atmosfera insieme misteriose e cupa, oltre che delineare in maniera perfetta gli svariati momenti drammatici.

Se vi è piaciuto “Over the Garden Wall” e non avete stomaco debole(per la presenza di alcune scene realizzate non nascondendo la crudezza) apprezzerete anche questo anime.

 

Alcune scene dell’anime:

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RICCARDO GABRIELE

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LOVE,DEATH +ROBOTS

POTREBBERO ESSERCI DEGLI SPOILER PERTANTO SI RACCOMANDA LA VISIONE PER PREVENIRE TALE EVENTUALITÀ

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Il 15 marzo, esce su Netflix la nuova serie prodotta da David Fincher(autore della serie House of Cards e più recentemente Mindhunter e in sede di lungometraggi, “Fight Club” “The Social Network” per citarne i più famosi).

Particolarità non è il solo essere antologica, quindi con diversi episodi slegati l’uno dall’altro(come la serie Black Mirror) ma essere una raccolta di cortometraggi.

Per quanto ogni episodio ha la sua lunghezza, la durata non supera mai i 20 minuti, rendendo pertanto necessario riuscire a narrare in un tempo molto ristretto la complessità delle varie storie in oggetto in ognuno dei 18 corti animati.

Nella storia del cinema sci-fi un esperimento simile a “Love, Death +Robots” si può ricondurre ad “Animatrix”, non un film ma una raccolta di corti sempre d’animazione, legati tutti al mondo di Matrix, in cui animazioni, temi, generi sono di volta in volta differenti come accade con la serie uscita da poco su Netflix.

Poiché impossibile parlarne in generale, in quanto al di là del titolo, una differenza vistosa da Black Mirror è che un tema comune a tutti i 18 corti non esiste, se non forse la cupezza che qualifica chi più chi meno tutti i 18 corti (esempio lampante il robots del titolo non appartiene a tutti i corti), parlerò di quelli che più mi hanno colpito, ovviamente ciò non significa che il resto sia da buttare, essendo nella totalità un ottimo prodotto.

GOOD HUNTING (Buona Caccia)

Un corto che riesce ad amalgamare bene tematiche orientali ed occidentali, adottando uno stile d’animazione che rende appieno l’atmosfera.  A rendere molto significativo il corto il riuscire a narrare una storia che coniuga tematiche sci-fi ad altre fantasy: la magia, gli spettri.

Un connubio perfetto tra Sin City e Hugo Cabret, per la storia di violenza e vendetta della donna e dall’altra per l’abilità con i macchinari del ragazzo protagonista.

La violenza c’è ma non scalfisce minimamente il carattere del corto che da solo vale la visione della serie “Love, Death +Robots” che dura 15 minuti ma sembra di star vedendo un lungometraggio, meglio di così non si può chiedere.

ZIMA BLUE

Una tecnica d’animazione che ricorda molto lo stile di Genndy Tartakovskij(Samurai Jack, il laboratorio di Dexter, Hotel Transylvania …) e Tron, non a caso il regista è Robert Valley che era tra gli animatori della serie Tron Uprising. A differenza di tutte le altre storie molto incentrate sulla violenza o su un elemento macabro, Zima Blue decide di narrarne una sullo stile dell’ “Uomo Bicentario” sovvertendo nella conclusione il finale del film con Robin Williams, aggiungendovi il tema dell’arte. Forse un corto che più avanti vedremo assurgere al rango di cult.

FISH NIGHT

A volte se non disponi di una buona sceneggiatura puoi sorprendere con l’animazione ed esattamente questo è il caso di questo splendido cortometraggio.

Abbracciando lo stile di “Scanner Darkly”, il rotoscope, narra una storia che sembra fuoriuscire da uno dei racconti di Philip K. Dick.

Due venditori finiscono in mezzo ad un deserto che scopriamo poi essere stato una volta un oceano, ormai prosciugato cui vivevano varie creature marine oramai scomparse. Una volta addormentatosi la notte, scorgono la presenza dei fantasmi delle creature una volta viventi in quell’habitat, il più giovane affascinato finisce per nuotare, finendo alla fine divorato dal fantasma di uno squalo.

La conclusione non ci permette di capire se quanto abbiamo assistito sia un sogno o realtà, fatto sta che il risultato tecnico è straordinario, riuscendo a rendere perfettamente le meraviglie e le insidie della natura, un corto che al termine viene voglio di rivederlo, durata: 8 minuti, ben spesi.

BONUS: ALTERNATE HISTORIES(Storie Alternative)- WHEN THE YOGURT TOOK OVER(Il Dominio dello Yogurt)

Sul lato di Rick & Morty due storie che sembrano fuoriuscire dalle folli visioni di quella serie d’animazione, “Alternate Histories” e “When the Yogurt took over” che condividono stessa impostazione grafica e mancanza di dialoghi.

Il primo che è narrato dalla prospettiva di un software che permette di visualizzare gli eventi alternativi alla storia che tutti conosciamo, è una serie di sei risposte alla domanda “Cosa sarebbe successo se Hitler fosse morto in un anno differente?”, una più folle dell’altra.

Il secondo è un racconto anch’esso folle su come uno Yogurt senziente conquisti il mondo e si prepari ad invadere lo spazio.

In entrambi il carico di morti non mancano ma lo stile scanzonato non lo fa percepire ed entrambi sono ottimi per fare da cerniera a corti più pesanti, “Alternate Histories” a “Secret War” molto crudo e “When the Yogurt took over” a “Beyond  the Aquila Rift” (Oltre l’Aquila) di tonalità dark e drammatico.

Potrei parlarne di tanti altri ma preferisco lasciare il piacere della scoperta per gli altri, in sintesi una serie che se non siete di stomaco debole, vi conquisterà di sicuro.

Esperimento degnamente riuscito, che se in molti casi a livello di riflessioni lasci poco, si gioca l’ottima carta della spettacolarità e della caratterizzazione dei personaggi che non è poco: lasciando oltre al desiderio di una seconda stagione, anche il vedere espanso in una durata maggiore qualche episodio della raccolta.

Da recuperare per chi non l’ha visto “Animatrix” segnalato in apertura dell’articolo.

 

RICCARDO GABRIELE

 

 

 

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THE ALIENIST-L’ALIENISTA

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In attesa della seconda stagione, la prima stagione della serie “The alienist”.

Lo show americano, sulla scia della serie Netflix, “The mindhunter” (che se non la conoscete, dovete recuperarla perché tra le migliori offerte dal servizio streaming) indaga su omicidi dei bambini dal punto di vista di uno psicanalista, che nell’epoca in cui è ambientato il XIX secolo, è denominato alienista(citando le parole dello show, nell’epoca in cui si svolge, <<le persone che soffrivano di malattie mentali erano ritenute alienate dalla loro natura, gli esperti che le studiavano erano pertanto noti come alienisti>>).

Tratto dall’omonimo romanzo di Caleb Carr, vede nei panni del protagonista Dr. Laszlo Krezler, Daniel Bruhl(Rush, Eva, Colonia ..) mentre come suoi assistenti nelle indagini vedremo coinvolti l’illustratore John Moore interpretato da Luke Evans che i molti forse riconosceranno per la sua interpretazione di Bard l’arciere nel film “Lo Hobbit-la battaglia delle cinque armate” e la segretaria del commissario di polizia Theodore Roosevelt(che chiama ad indagare il protagonista) Sara Howard interpretata da Dakota Fanning(Mi chiamo Sam, Man on Fire, Coralline e la porta magica,American Pastoral).

A questo già nutrito cast si aggiunge, la domestica muta del dottor Krezler, Mary Palmer, interpreta ottimamente da Q’orianka Kilcher(The New World, Hostiles, la miniserie Neverland-la vera storia di Peter Pan).

Dal punto di vista del ritmo, ci mette molto per coinvolgere appieno lo spettatore ma una volta arrivati verso la quarta puntata il ritmo cresce così come i personaggi, tanto che una volta giunti all’ultima puntata, ne sentirete la mancanza.

Per ciò che riguarda la parte tecnica, montaggio, regia, interpretazioni, fotografia è gestito tutto in maniera ottimale.

A differenza di Mindhunter, non è tanto una ricostruzione sulla psiche dei criminali, quanto un giallo, thriller, sulla caccia ad un seriale omicida di bambini, nella città di New York.

Altra differenza sostanziale con Mindhunter è l’impianto in questa più irrazionalistico, meno propenso a fornire motivi razionali delle azioni che si celano dietro i barbari omicidi e più imperniato sugli abissi dei personaggi protagonisti ed un impianto molto più pessimistico, che noterete proseguendo con la visione degli episodi.

Ogni storia dei personaggi è affrontata con dovere, l’atmosfera horror è efficacemente trasmessa, con un ottimo gioco di inquadratura e fotografia in particolare splendide sopratutto per quest’ultimo aspetto le ultime puntate.

Tensione, angoscia, momenti drammatici, mistero, tutti questi elementi si ritrovano in questa serie che potete trovare completa di tutti e 10 gli episodi su Netflix.

Se avete amato Mindhunter non potete non vedere questa serie che sa regalare diverse emozioni, si spera che la seconda mantenga e anzi accresca sempre più la qualità.

VOTO

5/5

RICCARDO GABRIELE

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TERROR IN RESONANCE

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Un’anime non recente, risale al 2014, ma da non sottovalutare.

Anime diretto da Shin’Ichiro Watanabe(regista conosciuto dalla maggioranza per Cowboy Bebop e che in anni più recenti ha realizzato lo stupendo corto d’animazione su Blade Runner), si trova su Netflix.

Per un totale di 11 episodi, di durata complessiva sui ventidue minuti ciascuno, è una serie che si consuma abbastanza in fretta, ma che lascia molto.

La trama è incentrata su due ragazzi, Nine e Twelve, l’uno più calmo e l’altro più vivace e sorridente, che portano avanti diversi attacchi terroristici a Tokyo. I loro percorsi si intrecceranno con quelli di un ragazza non ben inserita nel mondo in cui vive, Lisa Mishima e con un detective caduto in disgrazia Kenijiro Shibazaki, che presto sarà messo al capo delle indagini dei due terroristi.

Per quanto sotto il punto di vista della storia non offra granché di nuovo, ogni singolo episodio riesce a regalare il giusto quantitativo di emozioni, sia positive che negative.

Per quanto il numero di episodi sia esiguo, ogni personaggio è descritto a dovere, così come gli intrighi che piano piano emergeranno nel corso della storia.

Una storia che non solo propone tematiche politiche e fantascientifiche(il versante che avvolge il passato dei protagonisti terroristi) ma anche mitologiche, in particolar quello di Edipo che è mostrato attraverso disegni di pregevole fattura.

Per quanto riguarda il character design è allo stesso tempo ottimo e particolare, capace di catturare appieno il misto di cupezza e serenità che caratterizza l’intero anime.

Per ciò che riguarda la colonna sonora, realizzata dall’autrice delle musiche di Cowboy Bebop e di molti altri anime, tra cui “I cieli di Escaflowne”, Yoko Kanno, è perfetta nel passare da momenti più rock, ad altri più pacati, sposandosi perfettamente con il ritmo delle immagini.

In sintesi un’anime di pregevole fattura, di sicuro non il migliore dei lavori di Watanabe, ma da non sottovalutare, capace a suo modo di emozionare in vari frangenti.

Forse una trama più innovativa poteva giovare ma anche così rimane un prodotto da recuperare, anche solo per l’aspetto visivo e musicale che ripaga a sufficienza il tempo speso.

VOTO:

4/5

 

RICCARDO GABRIELE